Dalai Lama

di | 16 Gennaio 2021

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L’espressione Dalai Lama (grafia tibetana: ཏ་ལའི་བླ་མ, traslitterazione Wylie: tala’i bla-ma; trascrizione fonetica italianizzata: “talee lama”; trascrizione semplificata THL: “talé lama”; intende: “maestro oceanico”) è il titolo onorifico con cui si indica quel rinomato bla ma appartenente al lignaggio (སྐུ་ཕྲེང་, sku phreng) degli sprul sku (སྤྲུལ་སྐུ, THL: ་trülku, “lama incarnati”) e guida spirituale della tradizione buddhista tibetana del dge lugs (དགེ་ལུགས, THL: geluk).

In qualche letteratura si è preferito tradurre tale espressione, ma in modo del tutto improprio, come «oceano di saggezza».

I “Dalai Lama” sono stati, a partire dal XVII secolo, e fino al 1959, anche la più alta autorità teocratica del Tibet, mentre l’ultimo di questi, il XIV Dalai Lama, Bstan ‘dzin rgya mtsho (བསྟན་འཛིན་རྒྱ་མཚོ་, Tenzin Gyatso, 1935), dal 1959 fino all’11 marzo 2001 ha ricoperto la carica di capo del Governo tibetano in esilio del Tibet.

I “Dalai Lama” sono considerati, nel contesto del buddhismo tibetano, la manifestazione terrena del bodhisattva cosmico Avalokiteśvara (sanscrito; tibetano: སྤྱན་རས་གཟིགས, spyan ras gzigs; THL: Chenrezik).

Altri appellativi, più frequenti nell’uso tibetano per indicare il Dalai Lama, sono: rgyal ba rin po che (རྒྱལ་བ་རིན་པོ་ཆེ, Gyalwa Rinpoche, “Prezioso conquistatore”); sku mdun (སྐུ་མདུན, Kundun, “Presenza”); yid bzhin nor bu (ཡིད་བཞིན་ནོར་བུ, Yishin Norbu, “Gemma che esaudisce i desideri”).

Va tenuto presente che, pur conservando il Dalai Lama una indiscutibile autorità spirituale, la guida della tradizione dge lugs è affidata a un’altra figura religiosa, seppur nominata dal Dalai Lama stesso: il Ganden Tripa (དགའ་ལྡན་ཁྲི་པ, Wylie: Dga’ ldan khri pa). Celebre la sua frase “Tutti pensano a cambiare il mondo, ma nessuno pensa a cambiar se stesso”.

Storia

Come abbiamo visto l’origine del titolo “Dalai Lama” la si deve all’incontro tra l’importante abate di due monasteri dge lugs, bSod nams rgya mtsho, e il potente khan mongolo dei Tümed, Altan Khan, avvenuto nel 1578.

Tale titolo fu successivamente assegnato, ovviamente in via postuma, ad altri due importanti predecessori di bSod nams rgya mtsho, Dge ’dun grub (དགེ་འདུན་གྲུབ་, Gendün Drup, 1391–1475) e a Dge ‘dun rgya mtsho (དགེ་འདུན་རྒྱ་མཚོ, Gendün Gyatso, 1475-1542) che furono da quel momento considerati rispettivamente il I Dalai Lama e il II Dalai Lama, facendo così acquisire il titolo di III Dalai Lama a bSod nams rgya mtsho. Da tener presente che quando avvenne l’incontro tra bSod nams rgya mtsho e Altan Khan, il primo era già considerato dalla tradizione dge lugs un bla ma incarnato[10].

Questi importanti tre maestri furono quindi considerati alla stregua della dottrina detta dello sprul sku (སྤྲུལ་སྐུ་, trülku, anche nella resa anglosassone di tulku, rende il sanscrito nirmāṇakāya), e furono quindi visti come manifestazioni, incarnazioni, l’uno dell’altro. Tale dottrina, per quanto già presente ad esempio nella scuola dei Kar ma Bka’ brgyud (ཀརྨ་བཀའ་བརྒྱུད, Karma Kagyü), veniva a sostituire la tradizionale consuetudine di successione tra maestri, presente nelle altre scuole buddhiste tibetane, dove il maestro in carica designava a succedergli il più qualificato dei suoi allievi. Il successore, ovvero l’incarnazione dello stesso bSod nams rgya mtsho, il bla ma che aveva incontrato Altan Khan, fu individuato dalle gerarchie dge lugs proprio in un pronipote del khan mongolo, Yon tan rgya mtsho (ཡོན་ཏན་རྒྱ་མཚོ་, Yönten Gyatso, 1589-1617) che venne così nominato come IV Dalai Lama, fatto che consentì alla scuola fondata da Tsong kha pa di legarsi vieppiù con le casate mongole, patrone politico-militari di quelle regioni.

Al quarto Dalai Lama di origine mongola, succedette, sempre con il metodo dello sprul sku, il quinto Ngag dbang blo bzang rgya mtsho (ངག་དབང་བློ་བཟང་རྒྱ་མཚོ་, Ngawang Lozang Gyatso, 1617-1682) una delle personalità più eminenti dell’intera storia tibetana, appellato per questo da suo popolo come ལྔ་པ་ཆེན་པོ (lnga pa chen po, il “Grande Quinto”).

Figlio di una nobile famiglia del ’Phyong rgyas (འཕྱོང་རྒྱས, Chongye, nello Yarlung) ebbe come maestro, e forse padre biologico, un illustre esponente del lignaggio Jo-nang, Kun dga’ snying po (ཀུན་དགའ་སྙིང་པོ, Kunga Nyingpo, altrimenti conosciuto anche come Tāranātha, 1092-1158) mentre la madre, secondo le sue stesse memorie, fu la compagna tantrica di questo grande maestro.

Riconosciuto da Blo bzang chos kyi rgyal mtshan (བློ་བཟང་ཆོས་ཀྱི་རྒྱལ་མཚན, Lozang Chökyi Gyaltsen, 1570–1662), il quarto Pan chen bl ama, (པན་ཆེན་བླ་མ, Panchen Lama) nel 1622 come incarnazione del IV Dalai Lama, quindi del mongolo Yon tan rgya mtsho, e condotto nel monastero di Ddga’ldan, nel 1625 Ngag dbang blo bzang rgya mtsho venne ordinato monaco continuando gli studi sotto diversi insegnanti, studi che riguardarono l’intera tradizione buddhista tibetana, sotto il quarto Pan chen bl ama.

In questo periodo i seguaci del dge lugs vengono perseguitati dal re del Dbus-gtsang (དབུས་གཙང, Ü-Tsang), (ཀར་མ་བསྟན་སྐྱོང, Kar ma bstan skyong, Karma Tenkyong, 1605-1642), patrono sia della potente tradizione Kar ma Bka’ brgyud (ཀརྨ་བཀའ་བརྒྱུད, Karma Kagyü) che di quella che va sotto il nome di Jo nang (ཇོ་ནང, Jonang).

L’alleanza tra i mongoli e i dge lugs, già instaurato con il III Dalai Lama e confermato con il IV, egli stesso un mongolo, verrà ulteriormente stabilita dal V, il quale si legherà al governatore mongolo del Qoshot, Gushri Khan (1582-1655). Grazie a questi potenti alleati dal 1642 il V Dalai Lama, con il reggente Bsod nams chos ‘phel (བསོད་ནམས་ཆོས་འཕེལ, Sönam Chöpel, circa 1595-1658), governerà l’intero Tibet centrale.

La relazione tra il V Dalai Lama e i mongoli fu stabilita secondo il modello yon mchod, (ཡོན་མཆོདanche mchod yon, yön chö), già instaurato nel 1247 tra gli esponenti della tradizione sa skya (རྙིང་མ་ Sakya) e Kubilai Khan, che riservava il ruolo politico religioso ai Dalai Lama e il ruolo politico militare ai khan mongoli.

Il V Dalai Lama promosse anche quella dottrina secondo la quale lui, e i suoi incarnati predecessori, erano la manifestazione terrena del bodhisattva cosmico Avalokiteśvara, venendo anche considerato erede dei primi tre re del Dharma (dharmarāja, ཆོས་རྒྱལ, chos rgyal).

Questi ultimi due aspetti furono particolarmente significativi per la cultura tibetana.

Da una parte Avalokiteśvara (tibetano: སྤྱན་རས་གཟིགས, spyan ras gzigs; Chenrezik) rappresentava, per le tradizioni di quelle terre, non solo il protettore dell’intero paese ma anche il mitico progenitore dei tibetani. La sua sacra figura era conosciuta già al tempo del re Khri Srong lde btsan, epoca in cui venne tradotto il Kāraṇḍavyūhasūtra (ཟ་མ་ཏོག་བཀོད་པའི་མདོ, Za ma tog bkod pa’i mdo, al Toh. 116), testo che introduceva questo bodhisattva cosmico in Tibet, facendogli acquisire quel ruolo supremo per il buddhismo tibetano.

E se la mitologia indiana (cfr. Gaṇḍavyūha; Sdong po bkod pa, སྡོང་པོ་བཀོད་པ, al Toh. 44), e quindi tibetana, individuava la residenza di questo grande bodhisattva della misericordia sul monte Potala (པོ་ཏ་ལ, po ta la; in sanscrito Potalaka), e se il primo re del Dharma tibetano, Srong-btsan sGam-po, già lui stesso considerato incarnazione di Chenrezik, aveva eretto nel VII secolo la sua residenza sul “Poggio Rosso” (དམར་པོ་རི, dmar po ri) a Lhasa, fu facile per il V Dalai Lama avviare, nel 1645, la costruzione di un’imponente fortezza sullo stesso Poggio Rosso, ribattezzata per l’occasione come “Palazzo del monte Potala” (རྩེ་པོ་ཏ་ལའི་ཕོ་བྲང, Rtse po ta la’i pho brang), andandola così a indicare come sacra, potente e visibile reggia della teocrazia da lui instaurata e rappresentata.

«Battezzando col significativo nome Potala -un nome che risultava pieno di implicazioni – la nuova sede del dalailamato (nonché del governo), si consacrava definitivamente il vincolo carismatico del massimo gerarca dge lugs pa con Avalokiteśvara e, simultaneamente, con l’antica e gloriosa tradizione regale. Ponendo in evidenza questi nessi, il quinto Dalai Lama riusciva perfettamente il suo disegno politico. Egli non visse fino al completamento della propria opera, ma la dignità di Dalai Lama, assurta a paradigma della santità, era ormai pienamente canonizzata.»
(Prats, p. 166)

Nel 1652 il V Dalai Lama si recherà alla corte dell’imperatore Shunqi (順治蒂), primo della dinastia Qing, vivendo non il primo degli equivoci con i vicini cinesi: da una parte l’imperatore manciù lo considerava, al pari dei suoi predecessori mongoli, un suo vassallo, dall’altra il Dalai Lama avrebbe voluto essere considerato il sovrano di un regno indipendente.

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